Venerdì, Agosto 18, 2017

La caritas parrocchiale non è un gruppo caritativo e il suo specifico non è in senso stretto l’azione diretta nei confronti dei poveri ma l’educazione di tutti i membri della comunità alla carità: la sfida è quella di incidere sul vissuto di una parrocchia perché ciò avvenga.

Lo specifico della caritas è educare facendo e facendo fare: valorizzare le opere di carità che già compiono e proporne di nuove affinché un numero sempre maggiore di persone e di famiglie e di gruppi siano coinvolte e non ci sia più chi non si impegna dicendo di non sapere che cosa fare.

Intanto bisogna sottolineare che frasi come “ripartire dagli ultimi” o “ mettere i poveri al centro”, se la caritas parrocchiale interpreta bene il suo ruolo, non sonon solo slogan ma ispirano ogni aspetto della vita parrocchiale: la predicazione e la catechesi si preoccupano di usare un linguaggio comprensibile a tutti, la liturgia mostra con i segni cosa vuol dire ascolto e accoglienza, i sacramenti e le feste religiose non sono motivo di lusso e di spreco, l’uso degli strumenti e degli ambienti tiene conto dei bisogni reali della gente, la gestione economica ha tra le voci fisse e principali la condivisione con i poveri.

“Quando partecipiamo all’Eucarestia, siamo chiamati a scoprire, mediante questo sacramento, il senso profondo della nostra azione nel mondo in favore dello sviluppo e della pace ed a ricevere da esso le energie per impegnarci sempre più generosamente, sull’esempio di Cristo che in tale sacramento dà la vita per i suoi amici” (Sollecitudo rei socialis n. 49).

La caritas insiste sulla necessità di una fondazione nella fede dell’impegno caritativo, vale a dire che il servizio agli altri non è il risultato della buona volontà o del buon animo dei credenti, ma il frutto maturo della loro fede.

Il suo compito educativo richiede un’altra conversione: essa consiste nella dimensione ecclesiale della carità, che non è solo il fioretto personale di chi si sente buono, ma riguarda la qualità di testimonianza che la comunità intera, per fedeltà alla sua vocazione evangelica, è chiamata a dare. Educare la comunità (vale a dire i reali fedeli che frequentano le nostre chiese) significa far comprendere come la carità non sia un fattore secondario della loro vita di cristiani, ma il punto più alto di realizzazione. Le forme concrete di partecipazione dei fedeli potranno certamente essere molto differenziate, ma non sarà possibile nessuna forma di delega a singoli o a gruppi, nello stesso modo in cui non c’è delega della fede e della preghiera.

QUALE IDEA DELLA CARITA’
Il gruppo caritas della parrocchia prima di iniziare un lavoro di programmazione e organizzazione della carità, organizza un sondaggio per riflettere e confrontarsi sul significato di alcuni termini che quotidianamente utilizziamo, e sulle idee che ciascuno ha a riguardo di carità, solidarietà, assistenza, condivisione, promozione…

Il non intenderci, a volte, sui termini-chiave, riguardanti la testimonianza della carità, porta con facilità ad una maggiore fatica nella collaborazione tra realtà impegnate nell’esperienza di Chiesa, nella costruzione di servizi adeguati ai reali bisogni dei poveri e soprattutto nel lavorare per una credibile azione di sensibilizzazione, animazione della testimonianza comunitaria della carità e di comunione nella chiesa.

E’ necessario rispondere con sincerità alle domande per un confronto sereno e chiaro sull’idea di carità, consapevoli che che l’idea di carità deve maturare gradualmente all’interno della comunità in riferimento alla Parola, alla Tradizione e al Magistero della Chiesa e inerente al proprio territorio.

Per te che cos’è la carità?

Chi dovrebbe farla?

Chi sono i destinatari della carità?