BEATA SOFFERENZA
Caro amico,
il vero deserto nella vita di ogni uomo è il tempo della sofferenza. Non è facile per nessuno capire, sulla propria pelle, il perché della sofferenza e accettarla. Eppure, ci sono uomini e donne che vivono con dignità, nella solitudine, la loro sofferenza, senza maledire la loro condizione: sono malati, disabili, persone sole.
C'è un mare di sofferenza che nessuno conosce e che proviene dalle carceri di tutto il mondo, dove uomini e donne, probabilmente colpevoli solo di pensarla diversamente dal potere di turno, sono imprigionati, perseguitati, torturati con le tecniche più raffinate; eppure, restano saldi nella fede, fermi nelle loro idee.
C'è il grido soffocato di milioni di bimbi non nati e di milioni di bimbi morti di fame: il grido sommesso di una sofferenza ancora inconsapevole, ma ugualmente grande.
Uomini, donne e bambini sofferenti sono i figli prediletti della Chiesa che in essi ritrova le sofferenze estreme di Gesù.
Mi domando allora se valga di più una vita di pochi anni, piena di stenti e di rischi, ma intensa d'amore, quasi spremuta, che una vita come tante delle nostre: lunga, senza pensieri, ma senza domani.
Questi fratelli, uomini di buona volontà, che sanno accettare, offrire la sofferenza nell'immenso deserto del mondo, commuovono il cuore di Dio e aprono le strade del suo Regno, dove quelli che piangono, che sono perseguitati... sono «beati».
Ho ancora negli occhi lo sguardo luminoso, il sorriso più contento che abbia mai visto sul volto di una persona. Una «cottolenghina» di cui non scrivo il nome perché mi rappresenta infiniti altri volti di ammalati a casa, in ospedali e cronicari. Avrà 50 o 60 anni, ma a guardarla negli occhi non gliene daresti più di diciotto. Questa donna, inchiodata da sempre in un letto del Cottolengo, mi ha accolto e mi ha fatto capire senza parole come vivere, come la sofferenza fosse per lei la concretezza della vita, il suo modo di partecipare alla vita.
Luisa, una donna che aveva lottato come partigiana: mentre con il suo esile corpo di giovane donna lottava per la libertà, il male che ora la inchioda si stava già insinuando nelle sue ossa. Poco alla volta, quel corpo esile si è deformato, il dolore non le permette più né di muoversi né di dormire.
Dalla sua bocca non è mai uscita una imprecazione; vive la sofferenza con grande dignità partecipando alla vita che la raggiunge nella sua casa, attraverso gli amici, i giornali, la TV…
E poi, Padre Michele Pellegrino, un uomo che ha segnato una svolta nella mia vita; un uomo importante, ricercato per la sua saggezza, un Cardinale, uno studioso che ha occupato un posto di prestigio. Un grande uomo del nostro tempo.
Una paresi lo aveva bloccato, inchiodandolo in un letto, togliendogli l'uso della parola. Ma il suo sguardo era pieno di dignità e il suo silenzio non era solo dovuto alla malattia, ma ad una scelta. Così, finché non si è dischiuso definitivamente alla Vita.
Tre esempi, tra i più vicini a me, perché tu stesso ne scopra altri attorno a te. Persone che noi pensiamo perse, ingombranti, si scoprono parte essenziale nell'ecologia di Dio.
È per loro che il Signore non si stanca ancora di noi; ed è grazie a loro che noi, uomini tormentati, troviamo punti di riferimento che ci fanno pensare.
Ancora una volta, una realtà della vita come la sofferenza mi ha rafforzato nel pensiero che non si possono distinguere a priori persone credenti da persone non credenti: quando, per diverse strade, donne e uomini hanno incrociato la sofferenza, hanno dimostrato di credere sul serio in qualcosa. La loro sofferenza ne è stata la prova.